La pancia del popolo

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Venite e mangiate, questo è il mio corpo

Deadly dessert by Scott Hove

Venite e mangiate, questo è il mio corpo. Scuseranno i lettori credenti la blasfemia dell’incipit. Ma in Germamia accade che la celebre frase evangelica venga utilizzata fuor di metafora. Un ristorante di Berlino, il Flimè, che un anno fa dichiarava un opening soon (una «apertura a breve»), chiedeva ai suoi avventori un pagamento alquanto particolare. A chiunque sedesse ai suoi tavoli, i ristoratori promettevano di presentare un modulo in cui, volontariamente,  i clienti avrebbero potuto donare parti del proprio corpo. Le quali, estratte da un chirurgo «open minded», di mente aperta, sarebbero poi state cucinate e apparecchiate da cuochi stellati. Ed infine inserite nel menù a base di carne umana.

Il messaggio pubblicitario a cui veniva affidato il macabro annuncio è quanto di più serio possa esistere. Rivolgendo lo sguardo all’indietro, rintracciava nell’offerta del ristorante precedenti di nobile origine. Si trattava delle pratiche di “cannibalismo sociale” in uso nell’antica tribù brasiliana dei Waricaca. I cui membri, per incrementare il potere delle loro preghiere rivolte ai defunti, offrivano in dono tutti se stessi. Nel vero senso della parola visto che amputavano parti del loro corpo da far divorare ai parenti.

Così, supportati da ricerche antropologiche, i proprietari del Flimè non esitavano a presentare il loro speciale gourmet attraverso un video su Internet, con tanto di citazioni da Wikipedia e pagine di giornale che ritraggono lo sdegno delle principali testate internazionali (compare pure Repubblica) per le audaci bistecche proposte.

Il Guardian citava anche stralci del blasfemo menù, chissà per quale motivo inaccessibile ai vegetariani: polpette fritte alla tartara in salsa agrodolce. Dove “alla tartara” è un inquietante indizio di provenienza della carne più che una preparazione appartenente alla cucina tradizionale degli abitanti del Volga. E ancora Feijoada, grigliata mista di carne con fagioli neri e riso. Senza precisare però che tipo di carne venisse utilizzata.

Dopo il primo giorno dall’annuncio dell’apertura, secondo i proprietari, 63 persone avrebbero avuto il coraggio di scrivere al Flimè per riservare un tavolo. E dopo cinque giorni i click presenti nella hompage del sito, ammontavano a 120 mila, forti anche di un esposizione mediatica che nel giro di qualche mese produceva più di 700 articoli in 60 diversi Paesi. Ma allora, visto l’annuncio datato 2010, ci sarà pur qualcuno che abbia finalmente assaggiato il menù tanto discusso?

La risposta è no. Il Flimè infatti è l’invenzione sagace dei pubblicitari del Vegetarierbund Deutschland, la federazione vegetariana tedesca. Che per far parlare di sé ha messo in piedi una gigantesca campagna di viral fake marketing, cioè di finta promozione di un ristorante inesistente. Promozione che grazie al sapiente dosaggio di diffusione tramite social network e annunci credibili alle agenzie di stampa, è riuscita a far conoscere la Vegetarierbund Deutschland a milioni di persone in tutto il mondo.

Da questa esperienza particolare,  i vegetariani tedeschi traggono addirittura un insegnamento morale. Meats eat people: la carne si mangia le persone. Riferendosi alle teorie vegetariane e ambientaliste inaugurate dal bestseller vegano di James Lovelock: Gaia. Secondo l’autore, le cui teorie hanno affascinato moltissimi altri pensatori e scienziati, il consumo eccessivo di carne produrrebbe effetti devastanti sul pianeta. Non solo destinando grandi estensioni di terreno che potrebbero essere usate per coltivare ortaggi, al pascolo. Ma anche a causa dell’enorme quantità di gas serra che i bovini produrrebbero con le loro “emissioni”, come cerca di dimostrare uno studio di Robert Goodland Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change. Secondo gli studiosi americani il 18% del gas serra presente sul nostro Pianeta sarebbe prodotto dal ciclo produttivo della carne, una percentuale addirittura più alta di quella del settore trasporti, che segna un 13,5%.

«In Italia», lo ribadisce anche Luca Mercalli, «per produrre 1 kg di carne ne servono 5 di cereali, fattore che aumenterebbe la fame di territorio degli allevatori, in cerca di nuovi terreni da destinare all’alimentazione degli animali. «Tutto a discapito della nutrizione dell’uomo occidentale – continua il meteorologo impegnato da anni nella campagna Stop al consumo di territorio – che in futuro sarà sempre più dipendente dalle nazioni produttrici di cibo». La soluzione? «Dobbiamo bloccare immediatamente ogni ulteriore impiego di terreno agricolo per costruire», attacca Mercalli con verve draconiana. «Oppure potremmo diventare tutti vegetariani», conclude. Cosa che non farebbe poi tanto dispiacere ai temerari clienti-vittime del Flimé.

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