La pancia del popolo

Feel hu(a)ngry tonite!

Dis-gustibus non disputandum est

Qualche tempo fa, su La Lettura, il domenicale culturale del Corriere della Sera, leggevo un interessante articolo a proposito del disgusto: Il disgusto educa. E ci fa evolvere. L’autore, Antonio Sgobba, teneva a precisare come il sentimento che scuote le nostre categorie costruite per incasellare ciò che consideriamo repellente da ciò che al contrario non lo è, in realtà non abbia alcuna rilevanza etica. Il disgusto insomma, non avrebbe un ruolo all’interno della definizione di ciò che è giusto o sbagliato, «altrimenti – suggerisce saggiamente l’autore – corriamo il rischio di giustificare i membri del Ku Klux Klan che sparavano alle coppie interrazziali perché profondamente disgustate da esse».

Concordiamo. Eppure la sensazione che ci domina di fronte al disgustoso è esattamente il riprovevole: quel giudizio di valore che scaraventa nell’abbietto e nell’abominevole tutto ciò che – a partire da un sentimento estetico, proprio perché estetico ed immediato – non possiamo accettare né come bello, né come buono.

La conclusione di quanto detto finora è simile a ciò che Gertrude Stein disse di Picasso: «il nuovo – disse – deve avere il coraggio del brutto». Che, in altre parole, potremmo così glossare:  «Per vincere i nostri pregiudizi dovremmo avere il coraggio del disgusto, esercitarci sul repellente». E per questo sappiate, amici della Pancia del Popolo, che non è necessaria alcuna rivoluzione avanguardista in grado di cambiare i nostri canoni. Dio ci ha infatti già donato i Giapponesi.

Benvenuti dunque nella palestra del disgusto creata dal Sol Levante, l’antro della Gorgone dagli occhi a mandorla. L’esercizio di base è semplice, consiste nel non avere conati di vomito una volta terminata la lettura. Ma esiste un secondo step nella battaglia contro il disgusto. Se uno solo (o anche solo una parte) di questi piatti dovesse destare in voi la curiosità di assaggiarlo – che dico, di cucinarlo! – allora avrete guadagnato una certezza. Che la vostra vita avrà forgiato nuove categorie, più libere e più (assai più) tolleranti.

Cominciamo.

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10) Natto

Al posto numero 10 della nostra hall of disgusting fame (dove fame sta proprio per fame), troviamo i mitici Natto. Questi gommosi, viscidi e limacciosi fagioli di soia fermentata sono assai comuni in Giappone, dove vengono gustati a colazione con una ciotola di riso bollito. Magari assieme ad un uovo crudo, così per aumentare l’apporto calorico e la vischiosità dilagante. I Natto vengono lasciati fermetare dopo essere stati inoculati con dei batteri e lasciati in ammollo per qualche giorno. Questo processo produce quella bella ed elegante patina bianco fluido seminale che li ricopre, in realtà muffa liquida, che poi è la vera caratteristica di questi legumi. La muffa è acidula e produce un forte odore che i più benigni descrivono come gorgonzola andato a male. Mentre i detrattori parlano di odore di calzino ammuffito su piede di cadavere. Per stabilire quale delle due percezioni si avvicini più alla realtà, non ci resta che provarli.

Mmmm, limacciosi come piacciono a me!

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9) Birra al Wasabi

Una volta giocai un brutto scherzo al migliore amico del mio coinquilino, ospitato a casa nostra per qualche giorno. Sostitui il classico dentifricio Mentadent con un tubetto di Wasabi. Stessa consistenza, stesso colore, praticamente identici. Non fu neppure necessario assistere allo spettacolo per capire che la burla era stata un successo:  bastarono le urla provenienti dal bagno. Per i più coraggiosi fra voi, ecco la birra al Wasabi. Si dice che la sensazione che questa bibita rinfrescante lasci sul palato è simile a quella di un calcio volante di Bruce Lee sugli incisivi mentre indossa un paio di scarpe con i tacchetti.

Dal Giappone con furore!

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8) Prugne Umeboshi

Le prugne si sa, sono ottimi lassativi. Ma in Giappone hanno deciso di trasformarle anche in straordinari emetici. Non conosco persona orientale che non abbia stretto gli occhi a mandorla dopo aver assaggiato questa delicatessen. Suvvia, sono soltanto prugne! Affermativo. Il loro gusto però, esula da qualsiasi connotato una persona normale possa attribuire a questo frutto. Sono salate. Ma non salate e basta. Sono acide e salate assieme, liquorose e pungenti, allappanti ed acri. Se ne stanno spesso in un brodino altrettanto aspro che ha il gusto di un brodo di pesce passato in salamoia con un pizzico di zucchero vanigliato. Una delizia. I giapponesi le impacchettano singolarmente, pronte per essere consumate prima di un viaggio: dicono che combattano la nausea. Quando si dice applicare alla lettera un proverbio: chiodo scaccia chiodo.

Un vero brodo di Umeboshi

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7) Cracker di vespe

Un’estate, mentre campeggiavamo sull’Isola d’Elba, mio padre cucinò ottime triglie ai ferri. L’invitante e pungente odore del pesce, purtroppo, risvegliò una feroce comunità di vespe che, come le arpie sul banchetto di Enea e compagni, decisero di rovinarci il pranzo. Ronzavano ovunque infilandosi nei piatti e scendendo in picchiata sulla griglia. Tanto che, nel momento della loro massima eccitazione, finii con l’infilzarne una bella grossa con la forchetta mentre cercavo di dividere le lische dal filetto. Allora, fummo costretti a cambiare luogo e a far raffreddare le triglie. Ma oggi che conosco il loro vero valore in cucina, so che quella maledizione avrebbe potuto trasformarsi un banchetto ancor più succulento.

Qualcosa del genere deve essere accaduto a chi per primo inventò questo pungente cracker di riso con vespe scavatrici. In Giappone è infatti cosa assai comune che una dozzina di vespe caschi per sbaglio nell’impasto di una massaia. Il sapore? Chi li ha provati giura abbiano un delicato sentore d’olio d’oliva. Tanto che in Puglia si preparano a trasformarle in taralli.

Questo cracker ha suscitato un vero vespaio!

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6) Bibita ai semi di basilico

Poco prima di entrare nel vivo della nostra lotta contro il disgusto, c’è un’altra bevanda che deve essere nominata prima di entrare nella top 5. Anche se non è strettamente giapponese (è tipica di tutta l’Asia meridionale), lasciate che ve la illustri.  Si tratta di una delle eperienze più scivolose della mia vita, a cui sono dedicati altrettanti ricordi. La bibita ai semi di basilico fu acquistata da un mio glorioso coinquilino che (come il sottoscritto) non poteva resistere alle tentazioni della cucina orientale estrema. Fu così che in un chiosco di via Padova – poi scomparso nel nulla – scovammo questa rivoltante bevanda. Il gusto non è particolarmente sconvolgente (dolciastro e zuccheroso), mentre l’odore ricorda la tipica foglia che siamo abituati a trovare sulla pizza Margherita. La difficoltà della sua assunzione è insita nella consistenza. I semini in sospensione fluttuano come circondati da un’aura spungiforme e cellulosa, quasi fossero stati inglobati da piccoli e viscidi molluschi. La sensazione sul palato è quella di ingoiare qualcosa di ancora vivo, che scalcia e si dimena in bocca, corre sotto la lingua e si infila fra i denti. La bibita ai semi di basilico, per la cronaca, a distanza di 2 anni è ancora nella camera del mio coinquilino, aperta e mai finita. Ora i semini fluttuano come plancton nell’etere dell’appartemento e ricordano agli ospiti la fluidità delle relazioni sociali contemporanee. Inutile dire che non abito più in quella casa?

Una perfetta emulsione si riconosce dalla vivacità dei semini

♣♣♣♣♣

5) Tamagogani – Baby granchi tostati

Si, lo so. Non sono certo il più disgustoso dei piatti fin qui proposti. Ma c’è una precisa ragione per cui questi baby granchi tostati entrano di diritto nella top 5. Perché ricordano troppo da vicino i mitici Scrocchiazzeppi, indimenticabili protagonisti di un’altrettanto memorabile puntata di Futurama. Come accadde per Fry e compagni, cibarsi di questi piccoli crostacei produrrà indesiderati effetti di contrappasso, statene certi. Un giorno non troppo lontano, un  gigantesco carapace vi raggiungerà nella notte. E vendicherà tanti suoi piccoli divorati dal vostro insaziabile appetito.

Cric…

… e Croc!

“L’unico motivo per cui non mangiamo le persone è perché sono schifose!” Fishy Joe’s, commerciante di Scrocchiazzetti

♣♣♣♣♣

4) Placenta drink

Il vino rosso fa buon sangue, figuriamoci la placenta! Gustare il succo dell’involucro iperproteico e ipercalorico che ha il compito di nutrire il feto all’interno dell’utero non deve essere qualcosa di paradisiaco. Ma a detta delle donne giapponesi, questa panacea avrebbe proprietà miracolose: non solo quella di essere un ottimo energetico, ma di combattere i segni dell’invecchiamento e migliorare l’aspetto fisico. Se anche Nicole Kidman giura di aver pranzato con la placenta del suo ultimo parto, perché non credere alle donne del Sol Levante? Che per ovviare ai loro parti poco frequenti, si sciroppano giorno dopo giorno succose placente di maiale, opportunamente zuccherate e trattate. Che dire? Probabilmente, se sapessero che ogni giorno noi ingolliamo milioni e milioni di fermenti lattici vivi per “aumentare le nostre difese quotidiane”, anche le palcenta-drinker sorriderebbero. (P.S. Fonti che non hanno voluto rivelare la loro identità dicono che sia stomachevole. Non fatichiamo a crederlo).

Placenta prima…

… e dopo!

♣♣♣♣♣

3) Zazamushi – insetti acquatici

Dicono che il nome degli Zazamushi derivi da mushi (insetto) e dal suono che l’acqua del fiume produce correndo sulle pietre levigate di montagna (Zaa – Zaa). A me questo suono ricorda semmai l’orribile dimenarsi e lo zompettare frenetico questi viscidi insetti fra la sabbia e le rocce sotto il livello dell’acqua. Zazamushi è il nome collettivo con cui i vengono chiamati gli insetti d’acqua dolce in Giappone. I cui abitanti, come ormai avrete capito, non hanno il buon senso di lasciarli sguazzare impunemente. No. Devono raccoglierli e ficcarseli nel piatto, condirli con la soia e ammonticchiarli uno ad uno come saporite fettine di bacon. L’attività di pesca di questi insetti, che consiste nel posizionare delle reti e quindi muovere i sassi del fondale a monte, si è talmente diffusa che il governo giapponese ha dovuto regolamentarla con delle licenze valide solo per i mesi invernali. Disgustibus non disputandum est. 

Za – Za

Mmmushi!

♣♣♣♣♣

2) Shirouo no Odorigui

Non dirò nulla su questo piatto. Mi limiterò a tradurre dalla guida di un turista  che ha osato viaggiare fino a Fukuoka per assaggiare uno dei pochissimi piatti di pesce vivo al mondo.

Sono giunto a Fukuoka per assaggiare il piatto di pesce di cui la città vanta i natali. Lo si gusta solo in primavera, durante la stagione degli accoppiamenti, quando lo Shirouo solca il fiume Muromi. Il ristorante in cui viene consumato si chiama Koharu (Piccola Primavera) e i suoi dipendenti lo pescano direttamente dal fiume con delle apposite barriere che filtrano l’acqua e incanalano i pesci nelle reti. Si tratta di piccoli gobioni trasparenti, pesci minuscoli adatti per le fritture. Ma qui al Koharu la storia è differente. Il pesce, dopo essere stato catturato, viene messo in una piccola bacinella d’acqua pulita, e servito in tavola. Accanto alla bacinella ogni commensale ha una ciotola con aceto e uova. Con un peschino si catturano i pesci nella bacinella e li si gettano vivi nell’aceto. È qui che comincia il macabro rituale dell’Odorigui. Il popolo giapponese teme il vuoto, così ha un nome praticamente per ogni cosa. Odorigui significa letteralmente “la danza della cosa viva mentre viene divorata”. Mai nome fu più appropriato. Mentre ancora i pesciolini sguazzano nella bacinella con nient’altro che in testa il desiderio di accoppiarsi, vengono scaraventati nella ciotola. Ora, i ristoratori raccontano che l’aceto rende immediatamente i pesci ciechi e incoscienti. La realtà e che cominciano a friggere vivi e come pazzi si scatenano nella ciotola, dimenandosi fra l’albume dell’uovo e spiccando leggeri balzi. La “danza della cosa viva” è cominciata, manca soltanto il divoramento. Così, mentre i pesci impazziscono di dolore, ciascuno prende le sue bacchette e afferra i trasparenti gobioni portandoseli alla bocca. Ci sono due metodi per far finire la loro sofferenza. Schiacciarli sotto i denti o deglutirli vivi. Ma nessuno concede in fretta questo atto di pietà. Al contrario, i gobioni devono danzare nella cavità orale, cercando disperatamente l’uscita, infilandosi sotto la lingua, fra i denti, solleticando l’ugola e mordicchiando le gengive. Questo è l’Odirigui, la danza della cosa viva che viene divorata. Chi inghiotte i pesciolini, infine, racconta storie ancora più in quietanti: che questi si dimenano giù per l’esofago, fin dentro le budella. Di sicuro una scusa per ingollare altro sochu, una sorta di saké fermentato con orzo, grano saraceno, patate dolci e zucchero che raggiunge anche i 40 gradi. Cruelty can be so beautiful!

Still life

Not still dead

♣♣♣♣♣

1) Shirako

Eccoci infine al piatto forte di questa infinita galleria degli orrori. Chiudiamo con la preparazione più sfiziosa e particolare, un concentrato di tutte le perversioni viste in precedenza. Interiora sono interiora, pesce è pesce, viscido è viscidissimo, vivo – bhe! – aristotelicamente potremmo dire che è “vivo in potenza”. Stiamo parlando dell’ottimo Shirako, il più nobile prodotto ittico della sua categoria.

Di che cosa si tratta? È liquido seminale di pesce all’interno dei suoi stessi testicoli. C’era un modo più carino per dirlo? Forse, ma almeno ci siamo tolti il testicolo. In Giappone è una prelibatezza ed è pure il frutto di un’operazione antisessista. Perché  – si devono essere interrogati – limitarsi a mangiare caviale, le uova dei pesci femmina? Prendiamo il nobile sugo maschile e facciamoci una scorpacciata! Shirako significa letteralmente “piccoli bambini bianchi”: mai nome fu più azzeccato. Si può consumare in moltissimi sushi bar ed è una specialità invernale. Si gusta con cipollina e salsa ponzu, a base di limone. Crudo o cotto? Granbiscotto!

P.S. Lo sperma di pesce e le sue meravigliose sacche contenitrici sono una pietanza rara e prelibata anche nella cucina italiana. Con il nome di Lattume (anche noi non siamo male in fatto di definizioni) è un piatto tipico della  Sicilia. Si mangia principalmente fritto e a sentire le orde di massaie pronte a farselo tenere in serbo dal pescivendolo (“Scusi, potrebbe mettermi via un po’ di broda di pesce per la prossima settimana?” – “Guardi che non siamo un ristorante…” – “Ho detto broda di pesce, b-r-o-d-a. Non brodo, mi ha capito?”) deve essere qualcosa di impareggiabile.

Un chilo di Shirako freschissimo

Shirakone di salmone

Opera di un cuoco o di Lorena Bobbit?

Ecco come viene sul sushi…

… e sulla salsa di soia.

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8 pensieri su “Dis-gustibus non disputandum est

  1. Francesco Davidelli (alias "il glorioso coinquilino") in ha detto:

    In effetti non sono riuscito più a trovare la prelibatezza in sesta posizione!

  2. Antimusa in ha detto:

    Uno più disgustoso dell’altro! Ma come gli viene in mente di mangiarsi certa roba?! o.O Complimenti, ottimo pezzo!! (Geniali le didascalie)

    Antimusa

  3. Antimusa in ha detto:

    Reblogged this on damortavogliofarmicaramellare.

  4. phabietto in ha detto:

    Una volta feci notare a mia moglie ( coreana) che in korea si mangiavano una fracca di cose strane ( cani, baccarozzi, vermi di mare crudi e vivi, etc etc ), lei mi rispose facendomi notare che in Italia ci mangiamo fegato di mucche e cervelli di agnello; carne di cavallo e asino; piccioni;formaggi con la muffa sopra ( gorgonzola ) lumache e rane e sopratutto conigli ….pare che in asia mangiarsi un coniglio sia come mangiarsi un gatto…..’nsomma paese che vai sensibilità gastronomiche che trovi.

    • @phabietto: Non posso che essere d’accordo con te. Per questo è importante conoscere la cucina degli altri Paesi: uno splendido modo per capire che non esistono verità preconcette e canoni omologati e omologanti. Per accettare infine, che il disguso è lecito, purché non impichi giuizi morali.

  5. Due cose.
    1. Il lattume è eccellente. Parola di siculo.
    2. Ma non erano scrocchiazzeppi, con la “p”? (parola di fan di Futurama!)

    • @Giorgio. Per tutti gli scrocchiazzeppi, hai ragione! Si chiamano ScrocchiaZZEPPI. Vado subito ad emendare! E ho scoperto che SCROCCHIAZZEPPI è una parola del vocabolario italiano:

      scrocchiazéppi s. m. e f. [comp. di scrocchiare e zeppo2], roman. – Persona, e soprattutto bambino o ragazzo (o bambina o ragazza) magro e di costituzione gracile (quasi a dire che, nei suoi movimenti, fa scrocchiare le ossa come se fossero dei fuscelli, degli stecchi): dov’è quello scrocchiazzeppi di mio figlio?; una ragazzina esilissima, una scrocchiazeppi che faceva tenerezza.

  6. Ciao! Ho bevuto la bevanda a base di semi di basilico in Messico, poi, tornata, ho visto in un negozio la lattina che hai fotografato tu… Tragico errore, un po’ come mangiarsi la carbonara all’estero….
    Tra quella fresca e la malefica lattina passa la stessa differenza che c’è tra una brioche di pasticceria e il Buondì Motta. Prima di tutto la versione originale è molto meno dolce, poi i semi sono decisamente meno gelatinosi.
    Se capiti da Merida, assaggia l’originale 🙂

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