La pancia del popolo

Feel hu(a)ngry tonite!

Discount or die, l’arte sublime dell’enogastronomia lo-fi

Il mitico Marmor, quando si dice “un nome, un programma”

Ho dedicato al Marmor alcuni dei momenti più elettrici della mia vita. Come quando l’insegnate di scuola guida al termine di una scarrozzata per la città mi ha caldamente consigliato di prendere degli ansiolitici. O quando, dopo essermi lasciato con la ragazza, continuavo a pensare a cosa avesse potuto riempire il mio stomaco mentre passavo in rassegna l’intera produzione cinematografica di Uwe Boll, “il peggior regista vivente”, autore di conclamati successi quali Stoic, Darfur, Zombie Massacre, Postal e Blubberella, la commovente saga di un’eroina sovrappeso i cui passi producono esplosioni e la cui spada si abbatte su chiunque osi prendere in giro il suo girovita.

Il Marmor è la concrezione ontologica del desiderio platonico di pienezza. 2500 chilocalorie per 500 grammi di soffice torta tipo margherita screziata da un impasto alla vaniglia e al cioccolato nella versione liscia, stracciatella o ricoperta di cioccolato. Il bello di questo prodotto sugli scaffali del Lidl era la sproporzione tra l’esagerata quantità offerta per il prezzo ridicolo a cui poteva essere acquistato. Cosa che permetteva al Marmor di trionfare in qualsiasi festa low-cost tipo premiazione del campionato di palla pugno under 13 e festa parrocchiale dell’aiutante zoppo del Santo Patrono.

Mangiare Marmor a colazione era il miglior modo di comunicare al mondo la propria carenza affettiva, spingendo le persone alla compassione e a vigorose pacche sulle spalle – che la mattina mentre prendi il caffè fanno sempre bene. Lo spessore delle fette assumeva la statura di un indicatore della felicità interna lorda, all’aumentare di questo diminuiva la qualità della propria esistenza: 2 cm – infelicità nella norma; dai 3 ai 4 cm – leggera depressione; 5 cm – consultare un medico; oltre i 5 cm – consultare un bordello.

Marmor liquido, versione cucinabile tedesca

Quello che non ho mai sopportato del Marmor, però, era la sua incapacità di argomentare. La gente è crudele. Affettava il mitico dolce del Lidl spacciandolo per una sua dolce creazione, e lui? Niente. Ne compravano di sotterfugio tonnellate per riempire i rifugi antiatomici e così salvare la Nazione, e lui? Non una parola per potersi celebrare. Lo rifilavano ai ragazzini dei campi scuola per combattere la loro euforia prepuberale azzoppandogli gli ormoni a suon di colpi ultracalorici, e lui? Non un verbo di approvazione o condanna, quasi si fosse chiuso in un marmoreo silenzio stampa.

Ebbene, oggi il Marmor avrebbe giustizia. Se la sua parabola discendente non l’avesse strappato troppo preso dagli scaffali italiani (su cui riesco più a trovarlo) consegnandolo ad un destino teutonico – rapito dalla Belbaker che lo ha tramutato in un composto liquido da mettere in forno per una versione Abziehen-Baken-FERTIG! («apri-qvoci-difora!») – di sicuro avrebbe trovato in Discount or Die il suo alfiere contro le ingiustizie che l’enogastronomia low-cost è costretta a subire in questo paese.

Discount or die è il titolo del libro appena pubblicato da Nottempo, casa editrice di Roma fondata nel 2002 da Ginevra Bompiani (figlia del Valentino che fondò l’omonima casa editrice) e Roberta Einaudi (nipote di Giulio). Ed è anche il nome del blog da cui tutto ha avuto origine. Un luogo in cui l’enogastronomia non ha paura di fare i conti con il lato B di se stessa, e il food writing abbandona le spiagge sicure dei ristoranti stellati per immergesi nel lo-fi della produzione da hard discount.

La premessa è semplice ed intuitiva. Fare la spesa è diventata un arte, ma farla in un discount acquista un fascino mitico così prepotente da riassumere in sé le caratteristiche del desiderio e dell’immaginario consumistico contemporaneo. Che la curatrice del libro nonché autrice di molti degli scritti contenuti in Discount or Die, Valeria Brignani, non ha paura di definire abulica e arrogante al contempo. Abulica perché incapace di scegliere e bramosa di riempirsi la testa di consigli per gli acquisti. Arrogante perché immersa nella cultura dell’hinc et nunc in cui risparmio, qualità, accessibilità e liberta di scelta fra opzioni sterminate sono di fatto conglomerate – illudendosi – nell’atto catartico di riempire il carrello della spesa.

Il viaggio di Discount or die nel peggio e nel meglio dei supermercati low-cost diventa così la cifra della nostra “volontà impotente”, la ricerca capitalistica – se volgiamo – della minor spesa possibile per il massimo del rendimento: che tradotta in atto consumeristico diventa «massimo godimento al minor costo possibile».

Un sogno? No, secondo la Brignani, che attraverso recensioni enogastro-ironiche di prodotti come il Marmor di cui sopra, smonta pagina la formula che recita «più spendo e meglio vivo». E dimostra che trovare una perla tra prodotti scadenti , oggi come oggi, ha un valore rituale, forse addirittura escatologico: «Se tutto ciò che ci circonda è in costante declino e se la ribellione un po’ nichilista del “No Future” degli annin settanta-ottanta oggi è diventata una condanna, il presente in qualità di “Meno Peggio” diventa il centro di ogni azione».

Discount or die, a cura di Valeria Brignani, pp. 252
Nottetempo
Prezzo: 16,50 euro

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