La pancia del popolo

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Archivio per la categoria “Uncategorized”

La Birra nella terra del vino

Domenica 24 marzo ad Alba, nei locali dell’Osteria dei Sognatori è andata in scena una degustazione particolare. Protagoniste le “tedesche” di Böblingen e le “belghe” di Arlon. Special guest: Luca Giaccone, grande esperto del mondo della birra.

Ci sono birre e birre. E poi c’è la Birra, questa sconosciuta. Già. Perché in un terra a vocazione vinicola come quella delle Langhe è a volte difficile, se non impossibile, parlare seriamente della Birra senza pagare lo scotto di una facile ironia o l’esternazione della grave sentenza: «Il vino però, è un’altra cosa!».

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Food Terrorism – la Non carne del Kebab

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È la notizia di foodterrorism del momento. A Londra, a seguito di una inchiesta-documentario di alcuni giornalisti della BBC3, in un negozio di “specialità asiatiche” la carne servita non apparterebbe ad alcuna specie animale tipicamente utilizzata per confezionare un piatto per l’alimentazione umana. Continua a leggere…

Food tattoos

“Qual è il significato? Ah nessuno! È adorabile. Vederlo mi fa sorridere. Di quale altra ragione ho bisogno?” Queste le parole di Sarah Goldstone (California) a proposito del suo tatuaggio: un cartone di latte e un biscotto che sorridono tenendosi per mano.

“Amo davvero la pizza. La mangerei sempre. È un tipo di confort food, ognuno ne ha uno e la pizza è il mio. Ne ho sempre mangiata talmente tanta che le persone mi conoscono per questo. È una parte di me”. Afferma Dave dal Massachusetts.

Stando alle sue parole sembra valere più che mai il motto: “Siamo quello che mangiamo”, al punto da volerselo incidere sulla pelle. Una dichiarazione d’amore sulla falsa riga di “I love NY” , ma al posto della Grande Mela è la pizza a spopolare in fatto di food tattoos.

Ci deve essere anche qualcosa di mistico, dietro la pacifica foggia di una fetta di pizza. Qualcosa che deve aver ispirato tatuaggi come questi:

Un altro cibo feticcio, per gli anglosassoni, è indubbiamente il bacon. Croce e delizia per coloro che hanno deciso di ospitare sulla propria epidermide la strisciolina di carne più nota al mondo. Il tatuaggio diventa così una specie di offerta votiva al dio del Bacon, tanto gustoso quanto temibile per la salute al punto da materializzarlo in forma di croce rovesciata.

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Tatuarsi un cibo particolare è anche un modo per ricordarsi del proprio paese natio. Come l’hot dog in puro Chicago Style che una ragazza si è fatta realizzare da Esther Garcia, una delle più note artiste in fatto di food tattoos, che  alla domanda spontanea che sorge spontanea davanti al perché di questa moda risponde:  “Non ne so molto sulle motivazioni che spingono i miei clienti a farsi un food tattoo, ma sono estremamente grata per il cambiamento a cui ha portato. Il cibo realistico è notoriamente difficile da rendere in un tatuaggio; la brillantezza, l’effetto traslucido, e l’accuratezza dei colori sono molto importanti nel catturare l’appel visivo”.

Che la food mania sia conclamata, non lo dicono solo i numerosi programmi televisivi, libri, e food blog. Adesso è il nostro corpo, o meglio la pelle, a farsi portavoce del gusto – buono o cattivo che sia non sta a noi giudicare – in un conflitto eterno tra salute e gratificazione, desiderio e giusta misura che non può essere meglio rappresentato dalle due anime del cupcake: Good versurs Evil. Lo ribadisce Cuppy da Seattle: “Penso che siamo un po’ di entrambi, così ho voluto rappresentarli in un modo veramente creativo e carino!”

Un cupcake in versione Dr.Jekyll/ Mr.Hyde a cui risponde la buona e cattiva coscienza sottoforma di hot dog:

Alla fantasia non c’è limite, tutto risiede nell’abilità del tatuatore a tradurre in immagine questa doppia anima del desiderio, come afferma uno dei veterani del tattoo made in Italy, Maurizio Fercioni: Il dovere di un bravo tatuatore è quello di interpretare il sogno (o l’incubo) di chi ha di fronte e di farlo affiorare sulla pelle”. Evitando a tutti i costi la nausea o il mal di stomaco, in questo particolare caso.

Il terremoto del parmigiano

Duecentomila forme. Duecentomila succosissime e dolcemente salate forme. Duecentomila gigantesche e maturanti forme di Grana e Pamigiano sono andate distrutte durante il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna.

So di essere insensibile di fonte ai drammi dell’umanità sofferente. Ditelo, ditelo pure. Ma al giungere di questa notizia percepisco con chiarezza una di quelle fitte addominali che non hanno nulla a che fare con la peritonite. È una stretta allo stomaco che ho sperimentato soltanto nei momenti peggiori delle mia vita. Come quando per 12 euro ho acquistato 2 kg di anelli di mare fritti al limite della scadenza e ho inciampato sulla soglia di casa rovesciandoli sul parquet appena lucidato. Quando – dopo essermelo ripromesso e averlo giurato sulla mia coscienza –  non sono riuscito a mangiare in un solo giorno un kebab per ogni negozio di via Padova che esponesse il rutilante rotolone di carne. Quando ho dovuto buttare un pezzo da 1,5 kg di splendida e viscida testina di vitello perché non l’avevo bollita abbastanza – la sensazione sotto i denti era simile a quella di un chewingum di medusa viva ripiena di mastice. Continua a leggere…

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