La pancia del popolo

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La superbia dell’Hamburger

Mr.Sato e il suo Hamburger da mille fette di formaggio

Hýbris (dal greco antico ὕβρις) è un termine tecnico della tragedia greca e della letteratura greca, che compare nella Poetica di Aristotele. Significa letteralmente “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”.

Non sappiamo se Mr.Sato abbia mai letto Aristotele, quel che è certo è che la sua nuova impresa è un perfetto esempio di hýbris postomoderna. Come altro si possono definire le sue imprese? Ad Aprile, il folle giapponese, giornalista del Japan’s Rocket News 24, ordinò un hamburger  farcito con 1050 strisce di bacon per un peso di circa 3 chili e approssimativamente 14,300 calorie – abbastanza per sostenere una persona per dieci giorni. La seconda pochi giorni fa quando ha deciso di replicare l’impresa nella variante formagggioooo. Ma il sardonico sorriso con cui Mr. Sato è solito affrontare le sue Iliadi gastronomiche, si è presto mutato in sgomento e poi in disgusto di fronte alla montagna di materia giallo Simpson che ha dovuto “scalare” a mani nude. Continua a leggere…

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Dis-gustibus non disputandum est

Qualche tempo fa, su La Lettura, il domenicale culturale del Corriere della Sera, leggevo un interessante articolo a proposito del disgusto: Il disgusto educa. E ci fa evolvere. L’autore, Antonio Sgobba, teneva a precisare come il sentimento che scuote le nostre categorie costruite per incasellare ciò che consideriamo repellente da ciò che al contrario non lo è, in realtà non abbia alcuna rilevanza etica. Il disgusto insomma, non avrebbe un ruolo all’interno della definizione di ciò che è giusto o sbagliato, «altrimenti – suggerisce saggiamente l’autore – corriamo il rischio di giustificare i membri del Ku Klux Klan che sparavano alle coppie interrazziali perché profondamente disgustate da esse».

Concordiamo. Eppure la sensazione che ci domina di fronte al disgustoso è esattamente il riprovevole: quel giudizio di valore che scaraventa nell’abbietto e nell’abominevole tutto ciò che – a partire da un sentimento estetico, proprio perché estetico ed immediato – non possiamo accettare né come bello, né come buono.

La conclusione di quanto detto finora è simile a ciò che Gertrude Stein disse di Picasso: «il nuovo – disse – deve avere il coraggio del brutto». Che, in altre parole, potremmo così glossare:  «Per vincere i nostri pregiudizi dovremmo avere il coraggio del disgusto, esercitarci sul repellente». E per questo sappiate, amici della Pancia del Popolo, che non è necessaria alcuna rivoluzione avanguardista in grado di cambiare i nostri canoni. Dio ci ha infatti già donato i Giapponesi.

Benvenuti dunque nella palestra del disgusto creata dal Sol Levante, l’antro della Gorgone dagli occhi a mandorla. L’esercizio di base è semplice, consiste nel non avere conati di vomito una volta terminata la lettura. Ma esiste un secondo step nella battaglia contro il disgusto. Se uno solo (o anche solo una parte) di questi piatti dovesse destare in voi la curiosità di assaggiarlo – che dico, di cucinarlo! – allora avrete guadagnato una certezza. Che la vostra vita avrà forgiato nuove categorie, più libere e più (assai più) tolleranti.

Cominciamo.

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